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Le Supplici di Eschilo sono la prima tragedia di una trilogia che proseguiva con Gli Egizi e Le Danaidi, conclusa dal dramma satiresco Amimone. Di questi tre testi si posseggono scarsi frammenti e le trame sono ricostruibili attraverso la tradizione mitica della vicenda e il racconto che ne fanno autori diversi (Pindaro, Pitica IX). La difficoltà di datazione dell’opera è specchio della complessità della stessa che, per lo stretto impianto corale, la forte impronta religiosa, narrativa e immaginifica venne sempre considerata una tra le più antiche, se non la più antica tragedia tra quelle pervenutaci. La pubblicazione di un papiro di Ossirinco (2256) nel 1952 ha rivelato i resti di una didascalia che ci obbliga a datarla, contrariamente a quanto supposto fino ad allora, alla fine della carriera del poeta, tra il 466 e il 459 a. C. Interessante risulta l’elaborazione del mito della stirpe di Danao a opera di Eschilo, discordante nell’evoluzione drammatica dal racconto tramandato, a favore di una potenza drammatica incontestabile. Tema di raccordo degli avvenimenti è Eros, legge dell’universo, che muove anche gli elementi primordiali, il cielo e la terra. Eros è l’origine e il progresso e nel suo fluire vitale l’uomo deve inserirsi consapevolmente. Decantato da note tragiche, è questi il motivo conduttore dell’intera trilogia e sostituisce l’avidità di dominio degli Egizi della vicenda mitica. Eschilo feconda il mito di modernità grazie all’introduzione di questo impulso positivo. E questo fa nascere la tragedia. Il rifiuto categorico del maschio è il peccato di hybris che genera il conflitto. Gli Egizi peccano per l’insistente brama di possesso delle donne, Danao, l’uomo del passato, il padre patriarca, porta le proprie figlie a peccare non lasciandole accarezzare dalla forza di Eros. Eros si rivela nella sua duplice natura: forza creatrice e distruttiva al contempo, impulso alla vita e causa di morte. E’ consustanziale a questa sua duplicità il rischio per l’essere umano di cadere nell’eccesso e peccare contro la natura stessa, a cui Eros sottende come regolatore archetipico. Nelle Supplici il peccato è degli uomini. Le Danaidi sono strette tra due maschilità negative: i superbi e arroganti Egizi e il timoroso quanto vecchio padre, che preclude loro la possibilità di affacciarsi alla vita, fomentando oltretutto la smania dei bramosi cugini. Le donne non agiscono, patiscono. Soffrono la persecuzione dei cugini e la fuga che il padre, ossessionato dalla loro verginità, dal loro onore, impone per mettersi in salvo. Possono solo pregare e sperare. L’unica azione che possono compiere per mettersi in salvo è contro se stesse: suicidarsi. Alle donne sbattute tra due sorde volontà maschili è dato solo negare se stesse. Garante super partes delle Danaidi si staglia solitario Pelasgo, l’uomo nuovo, colui che incarna sia individualmente che socialmente l’azione di Eros, legge di progresso naturale e soprattutto civile. Se l’antico è la legge di sangue, il dente per dente, la vendetta familiare cruenta, la legge di morte, il moderno è lo stato, l’Areopago, il tribunale che con giustizia appiana i conflitti e mette ordine nel cosmo dell’uomo. Anche il re greco, però, è tormentato da un conflitto: il dissidio dell’uomo della polis, combattuto tra la sua identità di individuo e la sua figura di cittadino, in questo caso di sovrano, responsabile di una moltitudine che ha diritto di voto. Non c’è più un dio a guidare la sua scelta, è solo di fronte ad un bivio. Accogliere le donne, scatenando guerra certa contro gli Egizi o essere sordo alle loro suppliche attirando l’ira divina? Il popolo gravita attorno a tutti i pensieri di Pelasgo e lo tormenta. E’ l’atto di fede che Eschilo fa nei confronti delle istituzioni democratiche, e soprattutto nell’assemblea dei cittadini che risulterà decisiva per lo scioglimento positivo del dramma. E per contrasto con la mentalità degli stranieri, i barbari, spicca in tutto il suo splendore la modernità della grecità, della civiltà e della cultura greche. Nel certo intento autocelebrativo della democrazia e della nuova società, Eschilo fa discutere i suoi personaggi di temi importanti quali il diritto d’asilo, la legge, la giustizia, la condizione delle donne, la democrazia stessa. È una tragedia in cui si rispecchia una società in formazione che è già certa e fiera della propria superiore modernità. E se la storia delle Danaidi potrebbe essere stata il paradigma mitico della vicenda di Temistocle, in fuga ad Argo inseguito da sicari ateniesi e spartani, oggi potrebbe essere la storia di innumerevoli donne e uomini in fuga, costretti a scappare dalla propria terra per sopravvivere a discriminazioni sociali, religiose, culturali, a violenze fisiche, a minacce. I legami con il passato, i ricordi, gli affetti li stringono alle proprie terre e la fuga risulta difficile, temibile, rincarata oltretutto dall’incertezza dell’accoglienza. E lo sguardo talvolta diffidente degli ospiti non appiana i timori, non facilita l’integrazione. Se Pelasgo in origine è colui che si schiera contro l’antico sordo e superbo, in scena oggi diventa la chiave di volta visibile di una nuova società moderna: Pelasgo è la donna a cui le Supplici tendono per ottenere la libertà, scrollandosi di dosso i lacci che le tengono strette al passato. La sua componente femminina è garanzia della sua armonia con la terra, dell’inevitabilità naturale delle sue decisioni. Se la legge di natura diviene regola dei rapporti umani, la natura di Pelasgo è condizione necessaria e sufficiente affinché le Supplici ricevano la protezione sperata. Ma oltre questo, Pelasgo è il modello di cui le Danaidi rappresentano l’antichità, grazie a questa “donna nuova”, le Supplici si elevano a uniche depositarie delle scelte della loro vita, distruggendo i vincoli patriarcali che le condannano a morte certa. Il viaggio di queste donne diventa un’esperienza di crescita sociale e spirituale, un cammino verso la salvezza in cui Pelasgo, modello da raggiungere, appare in una teofania splendente. Armata contro gli Egizi deplora la loro insistente bramosia, riscattando i diritti naturali della donna e, per niente intimorita dalle loro minacce, si dichiara fermamente pronta ad affrontare una nuova guerra per difendere le Supplici e far valere i loro diritti. Entrando nella città, le donne sono sotto la protezione del re e dei suoi cittadini, la protezione del loro padre non ha più valore sociale, ora fanno parte di un mondo nuovo, governato da altre leggi. Anche se preoccupata per le sorti di Argo, Pelasgo non dimentica mai di confortare le Danaidi che supplicano, accettando di aiutarle predisponendo benevolmente l’assemblea verso di loro; comprensiva nei confronti della vecchiaia del re Danao, si sovrappone ad esso come figura regale rispettosa, pia e pronta ad ascoltare e accogliere le sue figlie. Pelasgo non si appella mai alla cultura diversa delle donne supplicanti per respingerle, per difendere i propri interessi, non attribuisce a tale differenza tanta pericolosità da considerarla causa di rovina della città, anche se è ben consapevole sia come sovrano che come cittadino di non potersi permettere che venga versato sangue. La necessità di accoglienza è impellente, dolorosa per i cittadini sarebbe tanto la guerra quanto la maledizione di Zeus, ma solo in uno dei due casi le donne avrebbero la salvezza. Ci si può armare per difendere la città, ma se si offende la divinità la rovina è certa. Non perché la divinità sia un essere supremo perfetto, creatore e regolatore del mondo, che punisce i mortali giudicandoli ma piuttosto perché la divinità è principio etico, è l’Idea che garantisce l’esistenza stessa di questo principio, che in essa si manifesta nella più splendente e totale perfezione. È un’onta terribile per il cittadino respingere la richiesta di accoglienza da parte di chi si appella al principio stesso dell’accoglienza. Ben consapevole ne è Pelasgo, il sovrano illuminato, il cittadino, l’individuo, incarnazione di quell’utopia sociale che percorrerà la cultura dell’occidente e che fino ad oggi si è propagata tra le innumerevoli altre che la circondano. Lui è la completezza, umanità e integrità sociale, disponibilità verso l’alterità anche nel caso di una moltitudine che chiede asilo, nel rispetto della propria cultura. Sarebbe un modello da imitare anche oggi, baluardo fermo per una nuova umanità che si forma e che necessita di conoscere la tolleranza, il rispetto, la convivenza pacifica. Questa tragedia ci consegna la poesia di un modello universale tanto completo all’epoca quanto valido e proiettato verso il futuro ancora oggi. La grandezza di quest’opera, oltre che nella perfezione sublime dei suoi versi, risiede nella meraviglia sconvolgente dei suoi personaggi. La complessità, l’ universale verità che caratterizzano Pelasgo rendono viva ancora oggi la necessità di dare corpo, investigare, riflettere su quest’opera poco conosciuta, che però nasconde in sé i semi germinali della nostra storia. Le cinquanta figlie di Danao giungono davanti alla città di Argo, ad un rialzo sacro. Guidate dal loro padre, re di Libia di stirpe argiva, chiedono protezione alla città greca contro i propri cugini, i cinquanta figli di Egitto, che vogliono sposarle. Giunte a terra incontrano Pelasgo, sovrano di Argo. Il re vorrebbe accoglierle, ma si rende conto che questo suo atto di clemenza causerebbe inevitabilmente una guerra che metterebbe a repentaglio la vita dei cittadini. Minacciando un suicidio collettivo, che contaminerebbe il luogo sacro, le Danaidi ottengono che Pelasgo esponga il loro caso all’assemblea dei cittadini, che deciderà in loro favore di accoglierle. Alla gradita notizia si avvicenda quella terribile, portata da Danao, dell’arrivo delle navi egizie, dalle quali sbarcano marinai per rapire le donne in fuga. Pelasgo con i suoi armati scaccia via gli assalitori e le Danaidi si avviano verso Argo inneggiando alla vittoria sui maschi, mentre il coro delle ancelle cerca invano di dissuaderle dall’odio cieco verso tutti gli uomini. |
